Il nido di Pascoli secondo me

Generalmente, ogni essere umano dotato di anima e coscienza, se costretto ad affrontare una disgrazia o un forte trauma, da quel momento, i propri modi di pensare, le azioni e perfino la sua vita, mutano per sempre. Ciò che fa la differenza nella propria crescita psichica e morale, è la famiglia. Molti scrittori, poeti e artisti hanno tentato a modo loro di raffigurarla con romanzi, poesie, canzoni e quadri, cercando di trasmettere al mondo le loro emozioni più sconfinate. Una delle poetiche più azzeccate è quella di Giovanni Pascoli.

Fino a dodici anni godé di un’infanzia serena e agiata, ma dal 10 agosto 1867 la sua vita prese una piega molto amara, in quanto dovette affrontare l’assassinio di suo padre e qualche anno dopo perse la sorella, la madre e infine il fratello. Queste calamità segnarono la vita del poeta profondamente ed è proprio attraverso le sue opere che metterà in risalto l’importanza della famiglia, del “nido” dove vive e dell’eterno fanciullino che guarda sempre la realtà con embrionale meraviglia, come fosse la prima volta.

Nella poetica di Pascoli, il nido rappresenta un luogo intimo e caldo, all’interno del quale si sente al sicuro e protetto, mentre all’esterno si sente incompreso, impaurito e solo.

“La famiglia è la prima cellula essenziale della società umana” (Papa Giovanni XXIII)

Secondo la citazione e collegandomi anche a tutto quello che sostiene Pascoli, arrivo alla conclusione che “La famiglia” non è soltanto fondamentale, è il muro portante dell’intera società. Avere “il nido” coeso e amorevole, sempre pronto ad affrontare i pericoli esterni imminenti insieme, dona la forza di uscirne vincitore in ogni caso. Non esiste niente di più gratificante che stare accanto ai propri cari e nessun luogo più degno nel quale essere sé stessi. Il nostro tetto è la nostra patria e qui, non ci sentiamo costretti di applicare nessuna maschera perché non abbiamo timore di essere inadeguati, giudicati, incompresi o addirittura esclusi. La famiglia sa chi siamo e ci accetta in qualunque forma desideriamo mostrarci, senza sentire il bisogno di giocare un ruolo che non ci appartiene, rischiando così di dimenticare qual è il nostro vero Io, come sostiene Luigi Pirandello.

Tuttavia, può rivelarsi la più grande fonte di sofferenza della nostra esistenza. Le cause possono essere molteplici: il lutto, l’abbandono, l’ignoranza, le menti corrotte e infine, l’anaffettività. Secondo me, la società nell’ultimo secolo, ha contribuito indirettamente allo spezzarsi di quel legame che un tempo era considerato sacro. Ogni individuo, per vivere dignitosamente, deve sacrificare il tempo prezioso a disposizione della propria famiglia e dedicarlo interamente ad una società priva di anima. In questo modo, anche avendo una famiglia, ci troviamo troppo lontani emotivamente, troppo occupati per accorgercene ed è esattamente da qui che partono le nostre insicurezze e le nostre guerre interiori dove non ci sono né vincitori, né vinti. Per sentirci meglio con noi stessi, non osiamo assumerci la responsabilità di aver permesso questo regresso, piuttosto cerchiamo tutti un colpevole esterno, fuori dal nostro controllo, un colpevole che odiamo per i suoi misfatti, ma che non possiamo punire, in quanto troppo potente, come lo stato, la società o la politica corrotta. Arriviamo così, ad essere estranei non soltanto a chi ci sta accanto, ma perfino a noi stessi. Può capitare che la nostra coscienza, bussi alla porta della psiche per rivendicare almeno una parte di sé, invece noi, la seppelliamo perché essere consapevoli della realtà attuale, significa che realizziamo di essere diventati individualisti e aver abbandonato i valori, la famiglia, il nido e tutto quello che da migliaia di anni ci dà la forza di superare gli ostacoli e di evolverci. Questa consapevolezza fa troppo male! Diventa più facile fingerci struzzi, che aspirare di essere lupi appartenenti ad un branco.

Capatina Natalia

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