Victoria, la bambina dai riccioli d’oro

Ciao, mi chiamo Victoria e vi racconterò la storia della mia breve vita trascorsa sulla terra.

Prima della tragedia, avevo davvero una bella famiglia della quale andavo fiera. I miei genitori erano dolcissimi e molto affettuosi, a volte un po’ severi, ma soltanto quando combinavo qualche guaio, per tutto il resto del tempo invece, erano favolosi. La sorella maggiore Nina, era una bellissima ragazza dal carattere forte e determinato e proprio perché era la più grande, ci comandava tutti a bacchetta. Mio fratello minore Alex invece, era spesso un po’ maldestro, ma tanto, tanto divertente. Accanto a loro, sentivo di far parte di una squadra di supereroi, insieme eravamo inseparabili ed invincibili e chiunque provava a sfidarci, veniva sconfitto. D’altronde, papà diceva sempre “l’unione fa la forza” e noi ne eravamo la prova. A volte litigavamo per qualche futile motivo e incapaci di tenere il broncio per più di un quarto d’ora, finivamo sempre per scoppiare a ridere senza nemmeno ricordare il motivo del litigio. Da grande avrei voluto diventare come mia sorella: intelligente, responsabile e testarda, senza dimenticare un po’ dello spirito libero e divertente di Alex e, semmai la vita da adulti ci avesse separati, avrei sempre avuto una parte del loro carattere per non dimenticarli mai.

Le nostre giornate erano molto movimentate: al mattino tutti a scuola, studiavamo e giocavamo allo stesso tempo, poi tornavamo a casa insieme, svolgevamo i compiti, le faccende di casa, dopodiché potevamo andare a giocare al parco e per la nostra felicità, avevamo il permesso di stare fuori fino all’ora di cena. Lo stesso programma si ripeteva nei giorni seguenti e finalmente, arrivava il tanto atteso weekend durante il quale potevamo giocare tutto il giorno insieme ai miei fratelli e i nostri amici del vicinato senza essere disturbati.

Nonostante fossimo già a marzo, nel giorno del mio incidente faceva più freddo del solito. Siccome sta nella natura delle mamme preoccuparsi, la mia non era affatto diversa: saremmo potuti uscire soltanto se ci fossimo vestiti pesante, altrimenti saremmo dovuti restare in casa ad aiutarla a preparare la cena. A pensarci bene adesso, forse avremmo dovuto farlo. Io per uscire prima, oltre alla giacca, mi misi addosso anche uno scialle ricamato a mano proprio dalla mia mammina. Mio papà invece, consegnò a Nina un sacchetto grandissimo pieno di caramelle e si raccomandò di distribuirle responsabilmente a noi e ai nostri amichetti del parco. Mia sorella, orgogliosa del tesoro che aveva tra le mani, attraversò la strada. Ovviamente, la seguii perché i dolci piacevano anche a me, ma mi fermai per allacciarmi una scarpa. “Tra poco finiscono le caramelle, sbrigati Victoria!” mi incoraggiò Nina. Non feci in tempo a fare neanche un passo.

All’improvviso, fui urtata da una moto e caddi a terra, un attimo dopo mi sentii trascinare. Io provai con tutta me stessa di liberarmi, ma la moto non si fermò. Sentivo un dolore lancinante, le urla e pianti ormai lontani…svenni. Per qualche istante, non so come, riaprii gli occhi sperando di trovarvi la mamma, ma vidi una faccia sconosciuta che mi portava in braccio. Non riuscivo ad emettere alcun suono…svenni di nuovo. Quanto sarà passato? Ormai non riuscivo più ad aprire gli occhi, non so nemmeno se ero cosciente o viva, eppure sentivo mia madre che piangeva disperata e urlava “Svegliati, svegliati bambina mia!”. Sentivo anche il mio papà raccontare con voce tremante a qualcuno, probabilmente al dottore, quello che era successo: “Stavano giocando fuori con gli altri bambini, una moto era sbucata dal nulla e andava velocissima in discesa a motore spento, nessuno l’aveva sentita arrivare. E’ passata troppo vicino a Victoria e lo scialle che aveva addosso si è incastrato nel motoveicolo, l’ha trascinata per chissà quanti metri e il conducente non riusciva più a frenare. La mia bambina giaceva in una pozza di sangue. Vi prego, dovete salvarla. VOI DOVETE FARE TUTTO IL POSSIBILE!” Una voce che non riconobbi gli rispose: “La bambina ha subito un forte trauma alla testa, considerando che ancora non si è svegliata, probabilmente è entrata in coma. Andrebbe subito operata, al momento però non possiamo farlo, perché il nostro unico chirurgo sta operando in questo momento e non sappiamo quanto durerà l’intervento, ma non vi preoccupate, la salveremo.” Mio padre esasperato, fu soltanto in grado di rispondergli con fare minaccioso: “Se muore, ve ne pentirete.”

Non avevo mai sentito mio padre parlare in quel modo, né mia madre gridare per la disperazione. Io avrei voluto soltanto aprire gli occhi, dir loro che sentivo ogni parola e di stare tranquilli perché sicuramente sarebbe andato tutto per il meglio, ma i miei occhi non si aprirono, ricordo che provai perfino a muovermi, risvegliarmi, ma questo non accadde e le voci attorno a me le sentii sempre più lontane.

Come avrete ormai capito, non ce l’ho fatta a sopravvivere. Nonostante ora io mi trovi in un posto bellissimo e sereno, è davvero straziante vedere come la mia morte abbia cambiato le vite dei miei cari. Mia madre si è salvata per un pelo dalla pazzia, si è disperata per anni alla mia tomba, strappandosi i capelli, urlando e incolpando tutti della mia morte, mio padre essendo sempre stato più riservato emotivamente, soffriva in silenzio e occupava le sue giornate nel prendersi cura della mamma, portandola in tutti gli ospedali del paese per farla curare. Ci ha messo dieci anni per guarire e imparare a contenere il dolore. La mia bellissima sorellina per anni ha vissuto nella colpa, chiedendosi sempre come sarebbe andata se non mi avesse chiesto di attraversare la strada. Vorrei poterle dire che non è mai stata colpa sua e nemmeno di qualcun’altro, ma non è possibile comunicare con i vivi. Alex, ha perso il suo spirito di avventura ed è diventato troppo serio, fattore comprensibile visto che in casa non era consentito parlare dell’accaduto e non lo è tutt’ora. Anche a distanza di vent’otto anni, nessuno affronta l’argomento per paura che la mamma torni ad ammalarsi, invece io credo proprio che dovrebbero ricordarsi di avere ancora delle emozioni da esternare.

Lo so che tutti mi pensano ogni giorno e nessuno di loro mi ha mai dimenticata, riesco a sentire ogni loro pensiero e sentimento dedicatomi e anche se nel paradiso la tristezza non esiste, io credo di provare compassione per la mia famiglia. Nessuno merita una tale sofferenza.

Amati miei, se mi sentite, sappiate che sto bene e sono felice, sappiate che mi mancate tantissimo e che vi voglio bene, ma soprattutto, sappiate che non avete alcuna colpa per la mia morte. Siate sereni e continuate la vostra vita! Un giorno, saremo tutti insieme di nuovo.

Questo racconto l’ho scritto in onore e in memoria della mia cuginetta Victoria, investita da una moto all’età di cinque anni. Quest’anno avrebbe dovuto compierne trentatré.

Per non dimenticare…

Capatina Natalia

6 pensieri su “Victoria, la bambina dai riccioli d’oro

  1. Mentre leggevo questa storia triste i miei occhi si sono gonfiati di lacrime, sono vicina alla famiglia di questa perdita, che sicuramente è un angelo che veglia su di loro. Devo dire cara Natalia che hai descritto questa vicenda con molto tatto sei molto brava e mentre ti scrivo sono commossa un abbraccio.

    Piace a 1 persona

  2. Un dolore grandissimo una storia straziante ma scritta con tanta dolcezza e sensibilità ….brava Natalia ..♥️.spero tanto che tua cugina Nina abbia trovato un po’ di pace e consolazione ora che è diventata parte anche della mia famiglia …♥️

    Piace a 1 persona

    • Grazie di cuore. Sicuramente ha trovato un po’ di pace, dal momento in cui ha accanto delle persone come voi che spendono il proprio tempo a leggere questo racconto e anche commentarlo. Grazie

      "Mi piace"

Scrivi una risposta a Barbara Cancella risposta